“Scosso da un misto di raggia e vrigogna”.
È così che Andrea Camilleri ci racconta Montalbano ne “Il giro di boa”, settimo romanza della serie dedicata al Commissario.
Montalbano è davanti al televisore, guarda le notizie sul G8 di Genova, sulle indagini della Procura, su quello che è successo, e quello che prova non ha un nome solo: ha la raggia, ha la vergogna, ha qualcosa che gli si deposita nello stomaco e non va via.
E quella cosa lì — quel misto di raggia e vrigogna che gli risale in gola e fa rumore in testa— lo persuade a fare la cosa più radicale che possa fare un uomo come lui: decide di dimettersi.
Quelle pagine mi sono tornate in mente ora, mentre sto preparando il materiale del mio laboratorio dedicato proprio alla rabbia.
Perché la rabbia quasi mai arriva da sola: arriva con la vergogna, come a Montalbano.
Arriva con la paura, quella che non vuoi nominare e quindi chiami rabbia perché suona più forte, più gestibile, meno esposta.
Arriva con la tristezza, con il senso di colpa, con la confusione o con la reazione a un’ingiustizia piccola o grande, personale o collettiva.
La rabbia è una porta: e dietro quella porta, quasi sempre, c’è un’altra stanza.
Il problema è che tendiamo a fermarci sulla soglia.
Sentiamo la botta, la chiamiamo rabbia, e poi, di solito, facciamo una di queste due cose: la tratteniamo e ce la portiamo dentro come una corrente elettrica che non trova sbocco, che consuma i fili, che a un certo punto brucia tutto.
Oppure la esplodiamo e svuotiamo la stanza senza guardare cosa c’era dentro.
In entrambi i casi usciamo esausti e, in entrambi i casi, la rabbia si è presa qualcosa: un pezzo di gioia, un po’ di speranza, quella cosa luminosa che avevamo da qualche parte e non sappiamo più dove.
Eppure la rabbia, la raggia, quella viscerale e dialettale e onesta è energia pura, come la corrente elettrica.
La corrente elettrica dispersa brucia, acceca, distrugge.
La corrente elettrica con un filo, una struttura, una direzione, un senso, al contrario, illumina, scalda, muove cose pesanti.
La differenza non è quanta corrente hai ma dove e come decidi di farla passare.
Perché il ciclo è sempre lo stesso: penso, sento, scelgo come agire.
Ogni comportamento, ogni cosa che fai, dici, rimandi, eviti, esplodi, nasce da lì: da cosa ti stai raccontando in quel momento, da cosa stai sentendo nel corpo anche se non lo chiami ancora con il nome giusto, da cosa scegli di fare con quello che pensi e senti.
Cambia uno dei tre, cambia tutto.
La rabbia, se la ascolti, se ci entri dentro invece di tenerla fuori o buttarla addosso a qualcuno, può diventare coraggio.
Può diventare cambiamento, confine, richiesta, giustizia, amore.
Può diventare, come per Montalbano, la scelta più onesta della tua vita.
Anche se fa paura e non sai ancora dove porta.
Anche se ti sembra, mentre la senti salire, solo raggia.
Benvenutə in Sala da Tè.

