Da bambina c’era una cosa mi metteva molto a disagio: gli adulti che annuivano a qualcosa che chiaramente non c'era, i complimenti finti, l’entusiasmo di facciata subito seguito da occhi al cielo o brevi sospiri.
Tutti d'accordo su un qualcosa che nessuno vedeva, e io lì, piccola, a chiedermi se il problema fossi io.
Ci ho messo trent'anni a capire che il problema non ero io.
Qualche giorno fa ho visto qualcosa di mio addosso a qualcun altro.
Non entro nei dettagli, non servono, e non è questo il punto.
Il punto è cosa mi è successo dentro, seduta al tavolo di cucina, con la tovaglia ancora piena di briciole della colazione.
Prima la rabbia: quella pulita, fisica, che ti sale dallo stomaco.
Poi, sotto la rabbia, perché sotto la rabbia c'è quasi sempre qualcos'altro, la tristezza.
Le lacrime bloccate dietro gli occhi, il groppo in gola, le labbra che tremano.
Perché quando qualcuno prende una cosa tua e la indossa come fosse sua, per un attimo ti senti derubata due volte: della cosa, e del riconoscimento.
Ti torna in mente ogni ora passata a cucire quella cosa, ogni volta che l'hai disfatta e rifatta.
E ti chiedi se sia servito.
Se il lavoro fatto con cura valga ancora, in un mondo dove basta prenderlo, poco importa da dove venga la stoffa: chi copia non ha mani, non ha gusto, non ha domande, non ha niente di suo da tagliare.
E qui mi è tornata in mente la favola,
(Rullo di tamburi: sì, oggi si parla della favola più smascherante che ci sia.)
Quella dell'imperatore nudo: due sarti truffatori gli promettono un abito magico, invisibile agli stupidi e agli incapaci. Non cuciono niente , il telaio è vuoto, le mani si muovono a vuoto ma nessuno osa dire di non vedere l'abito, per non passare da sciocco.
Così l'imperatore sfila nudo davanti a tutti, convinto di essere splendido, finché un bambino guarda e dice la cosa più semplice del mondo: ma è nudo.
Ecco, la mia storia è il rovescio esatto di quella.
Nella favola non c'è stoffa: c'è il nulla spacciato per abito.
Da me la stoffa c'era (c’è): vera, cucita a mano, mia e qualcuno se l'è messa addosso come fosse sua.
L'imperatore di Andersen fingeva di avere un vestito che non c'era.
Il mio ha indossato un vestito che c'era, ma non era il suo.
Eppure il paradosso tiene, in tutti e due i casi.
Lì, l'imperatore si copre e sparisce: nessuno vede lui, vedono l'abito.
Qui è lo stesso: chi mi ha copiata, agghindandosi con roba mia, sparisce dentro una cosa che non sa fare.
Resta la stoffa.
Ecco, io, quel giorno, ho scelto di essere il bambino.
Non quello che grida per fare scandalo ma che guarda e vede.
Che nomina la cosa per quello che è, e poi si rimette a cucire.
Perché c'è un ribaltamento che la rabbia, lasciata cavalcare da sola, non ti lascia vedere: se ti hanno copiato una cosa, quella cosa ha valore.
Nessuno copia il nulla.
Nessuno ha mai copiato una tela vuota.
E la copia, se proprio vogliamo, è una recensione a cinque stelle scritta con la peggiore delle calligrafie.
Così sono tornata al mio telaio.
Con la stoffa vera, quella che si sgualcisce e si macchia e a volte non viene come volevi ma è tua.
Perché continuare a creare, mentre qualcuno ti copia, è l'atto più libero che esista.

