Il quaderno è sulla scrivania, accanto al computer.
Copertina rigida, color sabbia, con sopra degli adesivi che ho scelto un giorno: immagini pop, cose degli anni Ottanta che mi ricordano Madonna e Prince, il tempo in cui ero piccina.
Una versione bambina di me ha decorato la copertina di uno strumento da adulta.
Dentro ci sono i miei obiettivi a lungo termine (ndr sì anche noi coach abbiamo obiettivi su cui lavorare), i piani d’azione, le revisioni di quello che ha funzionato e quello che non ha funzionato.
Lo apro al mattino, non tutti i giorni.
Lo apro quando ho bisogno di mettere ordine, o quando la fiducia o il riconoscimento dall’esterno tarda ad arrivare.
A volte rileggo quello che ho scritto e mi sembra ingenuo: vedo una versione di me che credeva troppo in qualcosa, e mi viene addosso una specie di tenerezza imbarazzata.
Altre volte rileggo le stesse parole e mi sembrano sfrontate: la fiducia che ci ho messo dentro mi pare eccessiva, quasi insolente.
Come se chi le ha scritte sapesse qualcosa che io, adesso, non so più o ho dimenticato.
Non capisco, in quei momenti, quale delle due abbia ragione.
E credo che sia proprio lì che cominci il discorso che vorrei fare oggi.
L’emozione bifronte
Ci sono parole che usiamo come se avessero un unico significato: Speranza è una di queste.
La diciamo come se sapessimo cosa intendiamo ma, in realtà, ogni volta che la pronunciamo, stiamo nominando due cose insieme.
Da una parte, la speranza è ciò che ci tiene seduti a fare.
È il motore silenzioso che ci fa aprire un quaderno e scrivere un obiettivo a sei mesi, quello che ci fa cominciare un progetto sapendo che ci vorrà tempo, la disciplina invisibile dell’andare avanti senza la prova, ancora, che stiamo andando nella direzione giusta.
Dall’altra, la speranza può essere un’immane balla che ci raccontiamo per non dover cambiare niente: la frase ripetuta che recita, più o meno, “prima o poi cambia” mentre le cose restano esattamente dove le abbiamo lasciate.
È l’attesa di qualcuno o qualcosa fuori da noi che venga a sistemare quello che, magari, potremmo provare a sistemare noi.
E la cosa più scomoda è che queste due facce non sono due speranze diverse: la speranza è una sola.
Cambia solo il momento in cui la guardi.
Il discrimine che non è quello che ci aspettiamo
Per anni ho pensato che la differenza tra speranza “giusta” e speranza “sbagliata” stesse in chi avesse il controllo dell’agire.
Se ad agire ero io, era determinazione.
Se toccava aspettare che agisse qualcun altro, era illusione.
È una semplificazione comoda, e in parte ha senso. Ma non regge a un esame onesto.
Perché, alcune delle speranze più legittime che abbiamo, riguardano cose su cui non abbiamo potere diretto.
Speriamo che chi amiamo guarisca, speriamo che chi abbiamo cresciuto trovi la sua strada, che una candidatura vada in porto dopo aver fatto tutta la nostra parte, che il mondo non vada come ci sembra stia andando.
Sono speranze rivolte all’esterno eppure non sono balle: sono il modo in cui restiamo umani dentro cose che non controlliamo.
Allora il discrimine, forse, è un altro, più sottile e più scomodo.
La speranza è motore quando ti tiene attiva nel perimetro in cui puoi agire. Diventa balla quando ti immobilizza anche lì dove potresti muoverti.
Posso sperare che mio figlio stia bene e contemporaneamente fare tutto quello che è in mio potere fare per accompagnarlo: questa è speranza-motore.
Oppure posso sperare che mio figlio stia bene e usare quella speranza per non guardare in faccia le cose che potrei fare e non sto facendo: questa è la stessa speranza che però ci anestetizza.
Stessa frase, stessa apparenza, direzioni opposte.
La pagina che non rileggi
C’è una pagina, nel mio quaderno, davanti alla quale la mano fa più fatica e gli occhi sfuggono la messa a fuoco delle lettere.
Non perché contenga qualcosa di doloroso: contiene una promessa che mi ero fatta, e che da un po’ di tempo non sto mantenendo.
Ogni volta che ci passo sopra, però, ricordo una cosa: continuo a tenerla scritta.
Non l’ho cancellata. Non l’ho barrata. Non l’ho spostata.
Ho scritto in cima alla pagina “in pausa”.
Che vuol dire, per me, che la riprenderò appena avrò il tempo, l’energia, le condizioni.
È una frase onesta, in parte, ed è anche, in parte, esattamente il tipo di frase che la mia speranza-balla sa pronunciare con tono ragionevole.
La differenza tra “la sto mettendo in pausa” come gesto vero, e “la sto mettendo in pausa” come anestetico per non dover decidere, non si vede da fuori.
A volte non si vede nemmeno da dentro.
L’unico modo che ho trovato per distinguerle è una domanda piccola, fisica, che faccio a me stessa quando rileggo quella pagina:
Cosa potrei fare oggi, anche di minuscolo, che mi muova nella direzione di questa cosa?
Se la risposta è “niente, davvero, oggi no” e, dopo averla data, resto in pace è speranza-motore in pausa.
Se la risposta è “niente” e, dopo averla data, sento un piccolo nodo, una rigidità, un fastidio che si sposta, è speranza-balla travestita da attesa ragionevole.
Il corpo, anche qui, sa prima della testa.
Tenere viva, non tenere ferma
C’è una differenza enorme tra tenere viva una speranza e tenerla ferma.
Tenerla viva vuol dire farle posto.
Significa nutrirla con piccoli gesti anche minuscoli, anche solo simbolici che dicano al corpo “io non ho rinunciato”.
È il quaderno aperto al mattino, la pagina che rileggi, la domanda che ti fai.
È un’azione minima che mantiene aperta la possibilità che un giorno tornerai a occupartene per davvero.
Tenerla ferma vuol dire usarla come copertura.
Significa scrivere un obiettivo e tornarci sopra solo per confermarselo, senza muovere niente intorno.
Significa ripetersi “prima o poi” fino a che “prima o poi” diventa un modo elegante per dire “mai”.
Si somigliano, ma solo una delle due è in movimento.
Il tuo gesto
C’è qualcosa, in questi giorni, che stai sperando.
Magari grande, magari piccolo, magari l’hai scritto da qualche parte, magari lo tieni solo in testa.
Provo a chiederti una cosa.
Quando ci pensi, quando quella speranza ti attraversa, di mattina o la sera o in un momento qualunque della giornata, cosa fa il tuo corpo?
Si raddrizza, si muove, ti viene voglia di alzarti e fare qualcosa, anche minimo? O si appoggia, si addolcisce, ti dice va bene così?
Nessuna delle due è sbagliata: sono entrambe facce della speranza.
Solo che una ti sta muovendo, e l’altra ti sta tenendo ferma.
Saperlo, oggi, non serve a giudicarti. Serve solo a sapere quale stai coltivando.
A settembre parte un percorso di gruppo per chi sta cercando di ritrovare il filo di quello che fa. Si chiama Torna al Via. Se ti incuriosisce, ti faccio sapere quando aprono le iscrizioni: scrivimi una riga in risposta a questa mail.

