Da bambina facevo sempre lo stesso sogno.
Camminavo scalza, su un marciapiede d’asfalto ricoperto di quello sporco che si accumula ai bordi delle strade, la polvere che diventa fango e, sotto i piedi nudi, ogni tanto, percepivo vetri.
Sì perché, non avevo scarpe ai piedi e non ce ne erano, per quanto le cercassi: c’eravamo io, scalza, il marciapiede, sporco, una sensazione di fortissimo disagio.
Quello che mi resta, di quel sogno è il disagio e il fatto che, comunque, camminavo lo stesso.
Non mi fermavo, non tornavo indietro, non aspettavo che qualcuno arrivasse con qualcosa da mettermi ai piedi.
Sceglievo dove appoggiare, un passo dopo l’altro, e sentivo tutto: il freddo, lo sporco, il taglio quando arrivava.
Andavo avanti e fermarsi non era previsto.
Per anni ho sognato questa scena, identica, cambiava solo quello che ricopriva il marciapiede.
Nel sonno camminavo e poi, ad un certo punto, aprivo gli occhi, i piedi al sicuro sotto le coperte, la strada non c’era più.
Mi è tornato in mente due giorni fa, dopo quarant’anni.
Mi sono tornate in mente quelle notti in cui sognavo la paura di andare avanti senza niente addosso.
Di dover camminare sulla parte più tenera che ho, la pianta dei piedi, su una strada lurida, da sola.
Sulla vulnerabilità ci hanno insegnato che va accettata, abbracciata.
Che mostrarla è coraggio.
Ma non c’era niente da accettare, in quel sogno.
Non l’avevo scelto e non c’era nulla da mostrare, visto che non c’era nessuno a guardare.
C’era solo un tratto di strada, e i piedi nudi, e nessuno accanto a me.
E quindi mi sono detta che la vulnerabilità è anche questo: quando ti trovi a dover andare avanti con scarpe che non ci sono e che sai non arriveranno.
Da bambina mi svegliavo, e la strada spariva.
Da grande, invece, certe strade, le attraversi da sveglia.
Non c’è risveglio che ti tiri fuori, non ci sono le coperte dall’altra parte, non torni al sicuro aprendo gli occhi. Non arrivano le scarpe, non arriva nessuno, il vetro resta vetro.
E tu, cammini lo stesso.

