Qualche mese fa mi sono presentata davanti a una commissione d’esame con una playlist come progetto di fine corso
(ndr. Sì, non finirò mai di studiare, e ne sono orgogliosa e leggermente esasperata allo stesso tempo)
Insomma, una playlist, dodici canzoni, ognuna da motivare e spiegare: ecco, diciamo che, come progetto da “diplomanda”, era abbastanza ardito anche per me
Ma torniamo al momento: mentre presentavo mi son presa in giro, apertamente.
Ho detto cose imbarazzanti, ho ammesso dubbi ridicoli, ho riso di me stessa con quella risata un po’ sghemba e soffocata in gola, che viene quando si è a disagio ma si sceglie di restare lì lo stesso.
Sono arrossita più e più volte (ne sono sicura me ne accorgo quando succede) e mi sono sentita libera.
Le due cose insieme, contemporaneamente, non una dopo l’altra: il corpo che tradisce l’imbarazzo e la sensazione di essere finalmente viva.
Quella presentazione non è stata eroica e non ha avuto niente di epico, anzi.
La definirei piuttosto goffa, imbarazzante, quasi ridicola.
E mi ha richiesto più coraggio di molte cose che nel tempo avevo fatto molto bene, con competenza, senza sbavature e con ottima dizione (e senza arrossire).
La domanda che mi sono fatta dopo
Come mai?
Come mai è più difficile presentare una playlist con Vogue di Madonna e Lo Sto Sognando di Checco Zalone, che tenere una riunione difficile? Perché arrossire davanti a una commissione è più scomodo che gestire una crisi professionale?
La risposta che mi sono data è questa: perché nella riunione difficile so esattamente chi essere.
Ho un ruolo, ho un repertorio, ho anni di pratica.
Posso fare quella cosa per bene e, fare le cose per bene, è il modo più efficace che conosco per non dovermi esporre davvero.
La playlist non aveva repertorio e non aveva ruolo.
Aveva solo me con le mie canzoni, i miei dubbi sinceri, la mia voglia di diventare qualcosa di nuovo senza sapere ancora bene come si fa.
Insomma, non c’era niente dietro (e dentro) cui nascondersi.
Il cavaliere nella stanza
Ho ripensato a un romanzo che amo, Il Cavaliere Inesistente di Italo Calvino.
Agilulfo, il protagonista, è un cavaliere di Carlo Magno.
Perfetto in ogni sua azione: disciplinato, preciso, infallibile in battaglia.
Fa tutto quello che un cavaliere deve fare, meglio di chiunque altro.
Solo che dietro e dentro l’armatura non c’è nessuno.
Agilulfo non ha un corpo, non arrossisce, non sente odori, non mangia, non dorme, non dubita, non ha canzoni ridicole che lo rappresentano.
Esiste come pura volontà: una forma impeccabile senza niente dentro che senta davvero.
Potrebbe sembrare una condizione invidiabile: nessuna fragilità, nessuna esposizione, nessun rischio di essere visto per quello che non si è.
L’armatura perfetta che tiene fuori tutto.
Ma Calvino ci mostra che quella perfezione è una forma di morte: Agilulfo non scompare per un colpo di spada, scompare per eccesso di forma e mancanza di essenza.
Si dissolve nella propria perfezione.
Lo scudiero nel fossato
Accanto ad Agilulfo c’è Gurdulù, il suo scudiero.
E Gurdulù è l’esatto contrario.
Gurdulù ha un corpo, eccome: ha istinti, impulsi, una presenza fisica così piena e carnosa da traboccare.
Calvino lo descrive così, nel momento in cui Agilulfo lo vede per la prima volta:
“Agilulfo aveva seguito fin da principio con un’attenzione mista a turbamento le mosse di questo corpaccione carnoso, che pareva rotolarsi in mezzo alle cose esistenti soddisfatto come un puledro che vuol grattarsi la schiena; e ne provava una specie di vertigine.”
La vertigine di Agilulfo davanti a Gurdulù è la vertigine di chi non ha mai sentito niente quando si trova davanti a qualcuno che, invece, sente tutto.
Ma Gurdulù non ha un sé: si lascia contaminare da tutto ciò che incontra, una zuppa, un fossato, uno stormo di uccelli, al punto da dimenticare chi è.
Si immedesima nelle cose fino a dissolversi in esse: ha troppa essenza e nessuna forma.
E così scompare anche lui, non per eccesso di controllo, ma per eccesso di abbandono.
Le due facce della stessa armatura
Agilulfo e Gurdulù sembrano opposti ma in realtà sono la stessa cosa guardata da due direzioni diverse.
Entrambi mancano di qualcosa di fondamentale: la capacità di stare nel mezzo.
Di essere presenti senza dissolversi, di lasciarsi toccare senza perdersi, di sentire, senza che il sentire spazzi via tutto il resto.
Agilulfo ha l’armatura troppo stretta: niente entra, niente esce.
Gurdulù non ha armatura affatto: tutto entra e lui esce.
E noi, nella vita adulta, nei ruoli professionali, nelle relazioni, nelle transizioni, oscilliamo continuamente tra questi due poli.
A volte siamo Agilulfo: così protetti, così efficienti, così impeccabili da non sentire più niente di quello che succede dentro.
A volte siamo Gurdulù: così aperti, così permeabili, così dentro le cose da non sapere più dove finiamo noi e dove inizia il resto.
Il coraggio, quello vero, quello goffo, quello che non ha niente di epico, è stare nel mezzo.
La porta aperta
C’è però una differenza tra Agilulfo e Gurdulù che Calvino non lascia passare inosservata.
Agilulfo scompare, si dissolve, evapora. Fine.
La sua perfezione non lascia nessuna possibilità di trasformazione perché trasformarsi richiederebbe di sentire qualcosa, e lui non può.
Per Gurdulù invece — nel romanzo, alla fine — un cittadino di Curvaldia dice a Torrismondo:
“Imparerà anche lui... Neppure noi sapevamo d’essere al mondo... Anche ad essere si impara...”
La porta è aperta.
Perché chi ha troppa essenza può imparare la forma, chi si lascia trascinare dalla corrente può imparare a nuotare, chi si dissolve nella zuppa può imparare, lentamente, a tenere un cucchiaio.
Ma chi è solo armatura, chi non ha mai lasciato entrare niente, non ha da dove cominciare.
Il punto di partenza non è la perfezione bensì l’essenza, anche caotica, anche imbarazzante, anche ridicola.
È quel corpaccione carnoso che si rotola tra le cose esistenti, è la vertigine che sente Agilulfo guardandolo.
È arrossire davanti a una commissione con Vogue di Madonna.
Il coraggio che non viene raccontato
Quella presentazione è stata il mio momento Gurdulù.
Non mi sono persa nella zuppa, non mi sono dissolta completamente, non ho perso il filo di chi ero.
Ma ho smesso, per un’ora, di essere Agilulfo.
Ho tolto l’armatura abbastanza da lasciare entrare qualcosa: l’imbarazzo, la risata storta, il rossore.
E quello spazio, quello stretto spazio tra l’armatura e la zuppa, è dove ho trovato il coraggio.
Non è un posto comodo né stabile.
È un posto in cui si arrossisce, in cui si ride di sé, in cui si dicono cose imbarazzanti davanti a persone che ti guardano.
È il posto in cui si è vivi.
A essere si impara.
Non ci si arriva mai del tutto, non c’è un punto in cui l’armatura non serve più o in cui la corrente smette di trascinarti.
Si impara continuamente, goffamente, con molte ricadute e qualche momento di grazia.
Ogni volta che si sceglie quello spazio stretto, tra il proteggersi troppo e il dissolversi troppo, è un atto di coraggio.
Una domanda da portarsi appresso
Quando è stata l’ultima volta che hai lasciato entrare qualcosa — sapendo che avrebbe fatto un po’ di disordine?
Non devi risponderti subito.
Tienila lì, per qualche giorno.
Perché la settimana prossima parleremo di quello che si trova quando l’armatura non c’è.
E di come imparare a starci, anche quando fa paura.

