A volte la paura non arriva come ci si aspetta o si immagina: il cuore che batte, le mani che sudano, la scarica elettrica che ti passa attraverso la schiena e ti aggroviglia lo stomaco, i muscoli che si tendono.
Appare, al contrario, in modo più silenzioso e più strano: il corpo che si fa pesante all’improvviso, come se avessi camminato per chilometri.
Le braccia pesano, le gambe pesano, la testa pesa: qualcosa dentro redistribuisce le risorse senza avvertirti, come se si stesse preparando a qualcosa che tu ancora non sai nominare.
Proviamo qualcosa che non assomiglia assolutamente alla narrazione della paura ma più ad un profondo spossamento.
Assomiglia al bisogno di fermarsi, e, spesso, la trattiamo esattamente così, come qualcosa da recuperare con il riposo, con il caffè, con una distrazione.
Mentre invece il corpo sta cercando di dirti qualcosa, sta cercando le risorse per prepararti.
A qualcosa che bussa.
L’elastico
Ci si ritrova così, davanti ad una porta metaforica o meno, dietro alla quale c’è qualcosa che bussa.
E noi li, fermi e spossati senza capire perché.
Ti è mai capitato?
A me sì, e quando ho cominciato ad accorgermi di quei momenti ho fatto anche caso ad un gesto che ripeto sempre quando questa emozione mi attraversa: avvolgo un elastico tra le dita, porto le mani ai capelli, mi lego i capelli.
Ne ho sempre uno al polso, o in tasca, sul fondo della borsa o avvolto intorno alla leva del cambio in macchina.
Non è una azione che decido di fare, la faccio e basta.
È un gesto di un secondo che non cambia né risolve niente, non allontana quello che bussa, non apre né chiude nessuna porta.
Ma fa qualcosa di preciso e necessario: crea una sospensione.
Un momento che mi prendo senza saperlo, o forse sapendolo benissimo, per stare con quello che sta succedendo prima di rispondere.
Non è controllo bensì la disponibilità a restare ferma un istante, a non muovermi ancora, a lasciare che la paura sia lì senza doverla subito risolvere o fuggire.
L’elastico non è una risposta: è lo spazio prima della risposta.
E in quello spazio, se riesci a starci, succede qualcosa: la paura smette di essere solo rumore e comincia a diventare informazione.
Cosa sta cercando di dirti?
La paura ha una cattiva reputazione: la trattiamo come un errore del sistema, qualcosa che il cervello produce per sbaglio, qualcosa da correggere, da silenziare, da superare il prima possibile.
Nella migliore delle ipotesi la tolleriamo come un passaggio necessario verso qualcosa d’altro.
Raramente ci fermiamo a chiederle cosa vuole.
Perché la paura porta sempre dentro di sé un’informazione su di te: su cosa conta per te, cosa stai proteggendo, dove sei vulnerabile e perché quella vulnerabilità ha un senso, ha una storia, ha un motivo.
La paura non è un difetto: è una mappa.
Il problema è che le mappe si leggono solo se ti fermi abbastanza a lungo da guardarle, se non le pieghi subito in tasca e non ti rimetti a correre.
L’elastico è il momento in cui ti fermi e provi a decodificare la mappa.
A volte la paura potrebbe suggerirti di muoverti, di agire, di fare quella telefonata, prendere quella decisione, attraversare quello che stai evitando.
È la paura che precede qualcosa di necessario e il corpo lo sa, e ti spinge.
Ma a volte la paura ti dice esattamente il contrario: ti dice di aspettare, di non cedere all’impulso di fare, di rispondere, di risolvere subito.
Ti dice che c’è qualcosa che non hai ancora capito, che prima di agire forse hai bisogno di altre informazioni, che davanti a te c’è un segnale di pericolo quindi, forse, è meglio star fermi.
Il gesto dell’elastico, quella sospensione di un secondo, è il modo in cui mi concedo il tempo per distinguere.
Per non confondere i due segnali, per non scambiare la paura che dice vai con quella che dice fermati.
Non è semplice, non è immediato: ma inizia sempre da lì.
Da te davanti ad una porta.
Sulla soglia
Sulla soglia succede una cosa precisa: non sei ancora dentro, non sei più fuori.
Sei nel momento esatto in cui la paura smette di essere un’anticipazione e diventa una presenza.
Non è più “potrebbe succedere”, è “sta succedendo, adesso, qui”.
E tu sei ferma davanti a una porta con i capelli legati e le braccia e il corpo ancora pesanti.
In quel momento hai due possibilità.
Non due scelte eroiche, due gesti semplici e umani: apri o non apri.
Aprire non significa non avere paura.
Significa fare il gesto con la paura addosso, sapendo che non sai ancora cosa troverai dall’altra parte, sapendo che il corpo potrebbe di nuovo farti sentire stanca, sapendo che potrebbe volerci tempo.
Aprire è il gesto di chi ha ascoltato abbastanza da decidere che è il momento.
Al contrario, non aprire non significa essere immobili per sempre: significa che in questo momento la paura ti sta dicendo qualcosa che non hai ancora finito di capire.
Che la porta può aspettare e che restare sulla soglia non è una rinuncia ma ascolto.
Nessuno dei due gesti è sbagliato: entrambi vengono da quello stesso secondo in cui hai trovato l’elastico senza cercarlo e ti sei legata i capelli.
Il tuo gesto
Il mio è l’elastico. Un secondo, le mani ai capelli, e lo spazio si apre.
Il tuo potrebbe essere qualcosa di completamente diverso. Un oggetto, un gesto, un posto. Qualcosa che il tuo corpo fa già e che forse non hai ancora notato.
Dove smetti di respirare, quando arriva qualcosa che bussa?
E cosa fai, in quel momento, con le mani?

